A cura di David Ruscelli
Elon Musk ha perso metà del suo patrimonio. Sì, è vero — almeno nel momento in cui scrivo. Ma il suo patrimonio non è denaro fermo in banca: è composto soprattutto dalle quote delle sue società. Per questo può cambiare molto rapidamente insieme al loro prezzo di mercato.
La differenza è importante. Se un’azione scende, si riduce il valore teorico della partecipazione di chi la possiede; non significa che quella persona abbia prelevato denaro da un conto o che abbia necessariamente perso quei soldi in modo definitivo. Il prezzo può recuperare. Nel caso di Musk, inoltre, le azioni erano soggette a vincoli di vendita. I titoli che parlano di centinaia di miliardi «svaniti» misurano quindi soprattutto quanto il mercato abbia rivisto il valore di una quota estremamente concentrata in una sola società: SpaceX.
Dopo l’IPO di giugno, SpaceX aveva toccato un massimo superiore a 225 dollari; il 6 agosto ha chiuso a 114,92 dollari, sotto il prezzo d’offerta di 135 dollari.
Il punto, allora, non è soltanto capire come Musk abbia visto ridursi il proprio patrimonio stimato. La domanda interessante è un’altra: SpaceX è un buon investimento? E, se non rispetta determinati criteri di investimento, perché è potuta entrare negli indici che molti immaginano come una raccolta delle migliori società del mondo?
La risposta è semplice: gli indici non contengono necessariamente le società migliori del mondo. Contengono le società che rispettano determinate regole. Tali regole possono richiedere dimensione, liquidità, flottante e un certo livello di solidità; non equivalgono però a un bollino di qualità, né certificano che un’azione sia conveniente al prezzo a cui viene scambiata.
Quante società del mio modello operativo sono attualmente nell’S&P 500?
Appena 10 su circa 40. È una conferma concreta del fatto che il meglio del meglio — almeno secondo i miei criteri — non è necessariamente dentro l’indice S&P500.
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ToggleMa SpaceX è un buon investimento?
Sarebbe facile usare il calo del titolo per dire che SpaceX non vale nulla. Sarebbe altrettanto superficiale: l’azienda genera ricavi importanti. Nel trimestre chiuso a giugno ha riportato circa 7,8 miliardi di dollari di ricavi, in crescita di oltre il 90% su base annua.
Ha però chiuso lo stesso trimestre con una perdita netta di 541 milioni di dollari.
Un investitore growth serio non compra semplicemente una speranza: può accettare utili correnti modesti o assenti se ritiene credibile il percorso verso margini, flussi di cassa e ritorni sul capitale più elevati. Resta però essenziale chiedersi quanto di quel miglioramento sia già incorporato nel prezzo.
Anche il value non coincide automaticamente con la ricerca di utili GAAP già positivi in ogni momento. Il suo punto di partenza è il rapporto fra prezzo e valore economico dell’azienda, valutato sui fondamentali e sulla capacità del business di produrre risultati nel tempo.
Il nostro approccio pone un vincolo ulteriore: vogliamo vedere sia crescita sia redditività già verificabile. E, anche quando ci sono, la valutazione deve restare interessante. Non basta una bella storia né una crescita spettacolare, se il prezzo richiede di scommettere troppo su risultati futuri.
Perché SpaceX non avrebbe superato i nostri parametri minimi
Nel nostro modello non partiamo dal nome che entusiasma il mercato. Partiamo da filtri forse meno affascinanti, ma più utili: solidità patrimoniale, utili, ricavi, margini, flussi di cassa, qualità dell’esecuzione e possibilità di valutare il business senza trasformare ogni previsione in un atto di fede.
Questa è la differenza tra inseguire una storia e usare un metodo. La storia dice: “Se SpaceX cambierà il mondo, non posso restarne fuori”. Il metodo chiede: “Che cosa produce già? Quanto guadagna? Quanto capitale richiede? Che prezzo sto pagando per risultati ancora da dimostrare? Cosa succede se una delle ipotesi non si realizza nei tempi immaginati?”
Non sono domande spettacolari. Ma sono quelle che aiutano a non comprare un sogno al prezzo di una certezza.
Forse SpaceX cambierà davvero il mondo: porterà l’IA nello spazio, farà funzionare i chip con l’energia solare e porterà le persone su Marte. E forse chi investe oggi realizzerà profitti incredibili.
Oppure no.
Una cosa, però, è certa: noi investiamo con un metodo. Un metodo che ci chiede parametri fondamentali verificabili oggi, non speranze future che forse si realizzeranno. Per questo un’azienda come SpaceX, oggi, resta fuori dal nostro portafoglio.
Il punto non è stabilire se SpaceX sia una buona o una cattiva azienda. Il punto è capire se rispetta i parametri del proprio modello di investimento.
I parametri del mio modello, oggi, non li supera.
L’ingresso in un indice non è un giudizio sul valore
Il 7 luglio SpaceX è entrata nel Nasdaq-100. MSCI, dal canto suo, prevede procedure di inclusione anticipata per le grandi IPO che superano specifiche soglie di dimensione e flottante. Queste regole hanno una loro logica: un indice che vuole rappresentare il mercato non può fingere che una mega-azienda quotata non esista per mesi.
Per capire perché questo conta, bisogna distinguere l’indice dall’ETF. L’indice è una lista costruita secondo regole pubbliche: stabilisce quali società ne fanno parte e con quale peso. Un ETF passivo, invece, è lo strumento in cui l’investitore versa il proprio capitale per seguire quella lista. Il suo obiettivo non è scegliere le aziende più promettenti, ma replicare il più fedelmente possibile la composizione dell’indice.
Quando l’indice aggiunge una società, l’ETF che lo replica deve quindi aggiornare il proprio paniere. Un ETF non è un’idea astratta: è un contenitore in cui milioni di risparmiatori hanno versato capitale. Il gestore deve distribuire quel capitale fra i titoli dell’indice nelle proporzioni previste dalle sue regole.
La cosa non è discrezionale, è un obbligo per contratto da parte del gestore dell'ETF comprare le società dell'indice secondo le regole prestabilite, non può rifiutarsi.
Questo implica che se la società, anche la peggiore del pianeta, entra nell'indice, e il signor Invesco che emette un ETF basato su quell'indice, in automatico Mr Invesco deve schiacciare il tasto BUY sulla piattaforma per importi pari a capitali enormi su quello schifosissimo titolo che in realtà non vorrebbe. E non può rifiutarsi dicendo "no mi fa schifo".
Prendiamo l’Invesco QQQ, un noto ETF sul Nasdaq-100. Al 12 maggio 2026 aveva un patrimonio di circa 463 miliardi di dollari. SpaceX, dopo l’inclusione, pesava circa lo 0,60% del fondo: applicando quella percentuale a tale patrimonio, l’esposizione-obiettivo di QQQ al titolo equivale a circa 2,8 miliardi di dollari.
Questa cifra non documenta però, da sola, un acquisto di 2,8 miliardi avvenuto in un singolo giorno. Per misurare l’acquisto netto effettivo servirebbero, alla stessa data del ribilanciamento, il patrimonio del fondo, il peso assegnato all’indice, il prezzo di esecuzione e le eventuali azioni già detenute. In un ETF a replica fisica, se il fondo parte da zero, l’acquisto necessario per raggiungere il peso-obiettivo è vicino a quell’esposizione; le vendite degli altri componenti servono a finanziarlo, non lo eliminano. Il confronto tra patrimonio del 12 maggio e peso rilevato dopo l’inclusione resta quindi una stima illustrativa, non il rendiconto dell’ordine eseguito.
C’è poi il nodo del flottante, cioè delle azioni realmente disponibili per gli scambi. Nelle regole Nasdaq del 2026, la capitalizzazione complessiva può determinare l’ammissione e il fast entry di una mega-IPO; per la ponderazione, invece, le azioni quotate e il flottante incidono sul peso investibile. Per i titoli con flottante inferiore al 20%, Nasdaq applica un correttivo pari a cinque volte il flottante, fino a un massimo del 100%. Per questo dimensione della società, peso nell’indice e quantità di azioni effettivamente acquistabili non coincidono. Un flottante ridotto può limitare il peso assegnato, ma rende anche più delicato il confronto fra la domanda tecnica e le azioni disponibili.
Qui sta la connessione concreta: l’ingresso nell’indice crea una domanda tecnica, potenzialmente enorme, da parte degli ETF e degli altri fondi che lo replicano. Chi possiede l’ETF non prende necessariamente una decisione specifica su SpaceX al momento dell’inclusione, ma una quota del suo denaro viene comunque destinata anche a SpaceX perché le regole del benchmark lo prevedono.
Non equivale a raccogliere denaro
Va fatta una precisazione importante: quei 2,8 miliardi (nel caso ipotetico di QQQ) non sono denaro che SpaceX incassa automaticamente. L’ETF compra sul mercato le azioni disponibili, e il denaro va a chi le vende; l’azienda raccoglie nuovo capitale solo se emette e vende nuove azioni. Ma questa distinzione non cambia il punto: una massa così grande di capitali può trovarsi costretta a cercare esposizione verso il titolo senza che ciascun investitore abbia mai deciso di valutarlo e comprarlo.
La mia lettura è che Elon Musk puntasse anche a far entrare SpaceX nel maggior numero possibile di indici: l’inclusione può generare domanda tecnica dagli ETF per le azioni già in circolazione, sostenendone prezzo e liquidità. Questo non trasferisce denaro direttamente alla società, ma può rendere più agevole e potenzialmente meno diluitiva una futura raccolta di capitale, per esempio attraverso l’emissione di nuove azioni, destinata a finanziare i suoi progetti. Non significa accusarlo di una manipolazione. È una strategia razionale per chi deve finanziare ambizioni enormi. Ma l’interesse dell’imprenditore a raccogliere capitale non coincide automaticamente con l’interesse dell’investitore a comprarne le azioni.
Il racconto secondo cui il ribasso avrebbe cancellato una parte enorme della ricchezza di Musk rende la storia più vistosa.
Cosa ho fatto io
La scelta prudenziale indicata da questo caso è stata ridurre l’eventuale esposizione Nasdaq e privilegiare l’S&P 500. Non perché l’S&P 500 sia “sicuro” in senso assoluto, né perché un indice possa sostituire un portafoglio progettato bene. Il motivo è più preciso: le due regole di inclusione non sono equivalenti.
S&P Dow Jones Indices ha confermato per l’S&P 500 un periodo minimo di dodici mesi di negoziazione, requisiti di flottante e una verifica di redditività: utile netto GAAP positivo nell’ultimo trimestre e nella somma degli ultimi quattro trimestri. La stessa società ha deciso di non concedere eccezioni a questi requisiti solo perché una IPO è gigantesca.
Questi filtri non certificano che ogni componente dell’S&P 500 sia un buon acquisto. Ma impediscono che una società appena quotata e con perdite recenti venga inclusa solo perché è abbastanza grande da attirare capitale. È una differenza concreta, non semantica.
Un ETF è uno strumento. Non è una risposta
La lezione finale non è “gli ETF sono sbagliati”. Sarebbe una banalità opposta e altrettanto pericolosa. Un ETF può essere efficiente, trasparente e adatto a molte strategie. Ma il suo nome non basta per capire cosa possiedi.
Un ETF sul Nasdaq non è “tecnologia americana” in astratto. Un ETF globale non è “il mondo” in astratto. È un insieme di regole, pesi, concentrazioni, inclusioni e talvolta esclusioni. Quelle regole determinano il rischio che stai comprando.
Il caso SpaceX mette a nudo una cosa che preferiamo dimenticare quando un prodotto ci sembra semplice: la semplicità operativa non elimina la necessità di guardare dentro. Anzi, la rende ancora più importante.
La domanda utile, allora, non è se SpaceX tornerà a salire. È questa: nel tuo portafoglio sai distinguere ciò che hai scelto, da ciò che hai ereditato dalle regole di un indice? E ciò che hai scelto, sulla base di quali criteri lo hai scelto?
Un saluto
David Ruscelli
Crescita e Tutela del Patrimonio SCF



